con
Lorenzo Biggi
Claudio Bontempi
Paola Facchetti
Rudi Fanelli
Domenica Lorini
Lucia Pedersoli
Giorgio Guerra ha scritto e diretto la musica
Elena Traversi ha intonato il canto
Giovanni Marconi ha disegnato lo spazio, i costumi e le immagini
Alberto Co' e Marco Girelli danno la luce e il suono
Drammaturgia e regia
Maura Benvenuti
Direzione Artistica
Antonio Fuso
Labirinti
Il labirinto nella storia
L’immagine del Labirinto è antica e potente. Dai miti della classicità, Dedalo in testa, e poi su fino a noi ha percorso la storia dell’umanità senza mai svelare appieno tutta la sua potenza, tanto da restare ancora adesso viva e feconda, riccamente portatrice di senso. È un’idea inesauribile, cui si può attingere a piene mani senza mai arrivare a svuotarla completamente, a renderla arida e infeconda. Il suo segreto è celato in se stessa: in quelle spire che si avvolgono all’infinito, in quei percorsi misteriosi che conducono in molti luoghi e in nessuno, in quella ciclicità che non tradisce, ma non è fedele a nessuno, perché può esserlo solo a se stessa.
Tutti siamo nel labirinto e vaghiamo senza posa, alzando ogni tanto lo sguardo per carpire dalle rotte misteriose degli uccelli o delle stelle l’indicazione sulla direzione da seguire.
Il Labirinto è la vita, è l’anima dell’uomo, è il succedersi infaticabile ed estenuante dei giorni. Il Labirinto è il nostro suggello, la nostra croce, la nostra unica pozione di vita e di morte insieme. Il Labirinto non ha senso se non lo si guarda dall’alto, ma guardarlo dall’alto ci è impossibile, perché siamo dentro.
Per questo il Labirinto è la libertà e la prigione, ossimoro di tutti gli ossimori.
Esso pone l’uomo di fronte al suo Mistero, che restando inspiegabile alla ragione, deve essere colto o intuito attraverso la rappresentazione rituale.
Ma ciò è Bene, perché, come dice Borges:“La soluzione del Mistero è sempre inferiore al Mistero. Questo partecipa del soprannaturale e finanche del Divino; la soluzione del gioco di prestigio”.
La nostra storia
Talvolta la rilettura casuale di un libro rimanda ad un mondo che inconsciamente si sta cercando. E ti chiedi come mai alla prima lettura quel mondo rimase celato.
Così per noi è stato Le città invisibili di Italo Calvino.
Da questo libro è apparso un mondo geometrico di citazioni antiche e talvolta non esplicitate e nel contempo un mondo visionario così ricco ed insieme così sintetico.
Il rimando vero è stato al grande tema del labirinto. Il desiderio e l’avversione, l’incontro e l’abbandono, la speranza e la rassegnazione, la trasformazione e la fissità, la memoria e l’oblio, la certezza e la provvisorietà e molto altro ancora… abbiamo intravisto.
Per penetrarlo sono state necessarie altre letture così: Costantinos Kavafis, Jorge Luis Borges, Emily Dickinson, Nazim Hikmet, Garcia Lorca, Franz Kafka ed Emo Marconi ci hanno accompagnato, facendoci scoprire altri misteriosi scenari, un po’ come il gioco delle scatole cinesi.
Di Calvino sono rimasti Kublai Kan e Marco Polo, i due personaggi dialoganti e che pretestuosamente avviano il racconto delle città, ma la rappresentazione delle città (Isidora, Zenobia, Zora, Ottavia, Fillide) è raccontata proprio dalle parole di quegli autori.Ciascuno di noi ha percorso contemporaneamente un tratto di strada del proprio Labirinto. Abbiamo raggiunto il centro del Labirinto? Ne siamo usciti? Verrebbe da rispondere che l’importante era entrarci.
Maura Benvenuti
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