Nemeton. Una recensione.

I 21 quadri di Nemeton. La via del verde rappresentano una tappa importante nella evoluzione della poetica di Giovanni Marconi in quanto contribuiscono a ridefinire    il rapporto tra natura e mito all’interno della produzione dell’artista veronese. Se, infatti, nei quadri della precedente esposizione la natura era essenzialmente lo scenario di mitopoiesi, lo sfondo su cui si muovevano figure mitologiche, in Nemeton è la natura stessa ad essere protagonista e, più in particolare le radure all’interno dei boschi, veri e propri luoghi magici in cui il divino può manifestarsi. Nemeton  è infatti il nome con cui gli antichi Celti indicavano le aree che per le loro peculiarità naturali apparivano più adatte ad accogliere la rivelazione di qualche Entità, di qualche Potenza. La designazione della radura quale luogo deputato all’Epifania del Sacro è un topos che nella filosofia del Novecento trova la sua più celebre declinazione nel pensiero del secondo Heidegger, quello posteriore alla svolta. Per Heidegger il viandante che cammini nel bosco può fare esperienza del vero Essere attraverso la luminosità improvvisa in cui si imbatte allorché sbuca in una radura (Lichtung). La radura diviene così condizione per il riflettersi della luce in quanto in essa gli alberi si diradano ed è per questo che Heidegger riconduce la sua etimologia non tanto a Licht (luce), quanto a leicht (lieve, rado).

Ma che cosa accade nelle radure di Nemeton? In che cosa ci imbattiamo girovagando per esse? Sostanzialmente vi possiamo rinvenire tre diversi ordini di eventi. In primo luogo l’avvento del numinoso; la concentrazione di energie che prende la forma di vortici di acqua o di tempeste di vento. Qui possiamo trovare una netta differenza con i quadri della precedente esposizione che erano immersi nell’atmosfera di sospensione onirica tipica dell’archetipo. Ho già avuto modo di scrivere come lo spettatore sostasse sulla soglia di un mondo Altro che gli offriva la rivelazione dell’essere autentico; egli si trovava dunque nell’imminenza di una rivelazione, sul punto di inverare una promessa di senso e di stringere un nuovo patto con la natura, che però era raffigurata in un’immota atemporalità. In alcuni dei quadri più riusciti di Nemeton, invece, la rivelazione si sta compiendo nello spazio che include anche l’occhio di chi guarda e il tempo è quello storico; egli si trova perciò nell’immanenza di una rivelazione. Se infatti nei quadri della precedente produzione marconiana, la struttura spaziale che dominava era quella quinta-scena, sì che lo spettatore era in genere al di fuori dello spazio scenico,  i quadri di Nemeton raffigurano tutti un’enclave, uno spazio all’interno di un altro spazio, che lo spettatore si trova quasi sempre a sorvolare, avendone una visione dall’alto. La radura è un locus clausus che però non appartiene ad una dimensione altra rispetto allo spazio che la circonda. Guardando all’interno di essa ci troviamo  al cospetto della natura naturans, dello spettacolo numinoso e terribile delle forze generatrici della natura colte nel momento stesso del loro dispiegarsi. Ed è per questo che all’interno della radura la linea diviene concentrica, a significare il miracolo di un’energia che si autoalimenta.

In secondo luogo nei quadri di Nemeton abbiamo l’avvento del luminoso, del raggio di luce che penetra nel fitto del fogliame per illuminare la radura. Si tratta di una categoria che potrebbe essere tranquillamente ricompresa in quella del “numinoso”, in quanto la luce non ha alcuna sorgente ed è quindi puro accumulo di energia che si genera magicamente e numinosamente. Distinguerla, però, mi offre l’occasione per sviluppare il confronto con i quadri della precedente esposizione relativamente al tema della luce. Se prima dominava un cromatismo esasperato e la luminosità di un eterno mezzogiorno, qui regna la penombra, intesa come il ricettacolo più idoneo ad accogliere la manifestazione del divino. Come per Heidegger al divino è necessario il gioco di luce e oscurità, in quanto il suo modo di essere è quello del luminoso nascondersi, “della sorgente di luce cui appartiene uno sfondo buio che non può mai venire illuminato”. Quando assume le sembianze atemporali dell’archetipo l’epifania del sacro richiede la luce senza ombreggiature del meriggio, mentre, se si cala nel tempo storico, essa necessita dell’ombra come orizzonte di possibilità.
Infine in alcune radure troviamo delle figure mitologiche. Si tratta di elementi che mi paiono per lo più residuali, in quanto, se ho ben compreso le intenzioni di Giovanni Marconi, la sua ambizione è qui piuttosto quella di rappresentare l’energia che ha dato vita alla stessa mitologia, e che quindi si pone prima di ogni mitopoiesi. A parziale riprova di ciò, in alcuni dei quadri di Nemeton, le figure mitologiche hanno il ruolo di meri spettatori, venendo in qualche modo esautorati dal ruolo di protagonisti di una cosmogonia.
Mi piace pensare che La lunga strada verde,  il quadro che da il sottotitolo a Nemeton sia il degno epilogo della bella mostra di Giovanni Marconi. In esso viene raffigurato un lungo e stretto sentiero che attraversa un bosco, questo sì, di un verde abbacinante. La calma e la serenità che il quadro trasmette è quella dell’uomo che si è riconciliato con la natura.

Giacomo Spada

2017-03-15T13:49:30+00:00