Una drammaturgia contemplativa

Invitiamo i nostri appassionati spettatori, ma anche il lettore occasionale o l’attore interessato, a porre la dovuta attenzione all’aggettivo che accompagna il sostantivo drammaturgia: contemplativa. Contemplare è propriamente:“ attrarre nel proprio orizzonte; osservare entro uno spazio circoscritto detto templum; guardare a lungo, osservare con attenzione cosa che desti meraviglia o ammirazione; meditare, prevedere…

Come è facile notare, quelle elencate, sono tutte attività che escludono o limitano al solo sguardo, l’azione dei corpi. Come coniugare dunque contemplazione con drammaturgia che, al contrario, esige e descrive azioni da compiere? Non lasciamoci ingannare dalle apparenze! Lo stato di quiete del corpo non è indizio di assoluta immobilità. La mente è sempre attiva! Anche quando il corpo riposa immoto. E con questo invito, abbiamo indicato la direzione verso la quale indirizzeremo la nostra ricerca; la quale dovrà dare risposta a domande inerenti il Teatro post-pandemia:
– Se niente sarà come prima, quale sarà il suo futuro?
-Se mezzi più idonei raccontano, informano, allietano, intrattengono, divertono, ricreano molto meglio e di più del vecchio Teatro, a quale destino esso è votato?

Non siamo specialisti mass-mediologi (e quand’anche lo fossimo non sapremmo dove collocarci dato il numero imponente di concorrenti) dunque ci conviene battere piste meno frequentate. Itinerarium mentis, per esempio.
E poi, se “non ci si salva da soli”, il teatro a quale requisito non può rinunciare per guadagnarsi un posto nello scenario futuro? Che abbia una funzione aggregativa? Aurea tessitura di relazioni? Luogo di celebrazione di un rito? Azzardiamo. Uno slogan un po’ ruspante:” Non spettacolificio, ma eserciziario spettacoloso di conoscenza? Che l’epidemia abbia accelerato i tempi per il ripristino del concetto di comunità, di gruppo? Una qualunque risposta, sarebbe una buona risposta.

Già Mario Apollonio, nel 1947, ipotizzava che il motore di rilancio del teatro, dopo la guerra, dovesse essere la comunità (“ Coro tacito e attento”, il cuore del teatro). Ecco che cosa scriveva nel manifesto di fondazione del Piccolo Teatro Città di Milano:” Noi non crediamo che il teatro sia un’abitudine mondana o un omaggio astratto alla cultura […] Il teatro resta quel che è stato nelle intenzioni profonde dei suoi creatori: il luogo dove una comunità, liberamente riunita, si rivela a se stessa: il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere. Perché anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale e nella loro responsabilità sociale. Il centro del teatro sono dunque gli spettatori, coro tacito e attento”. (…)”. Ma ancora prima, nell’anno accademico 1945/46, preparando le lezioni del corso monografico su Vittorio Alfieri, scrive Studio per l’Antigone dando robusta prova di un teatro della Comunità e per la Comunità.

Testimone poi preso saldamente da Emo Marconi il quale formalizza il concetto di gruppo a partire dalla teoria di Klein fino al gruppo animico, dotandolo di regole interne e regole esterne, descrivendo con ciò nascita, sviluppo e decadenza di una Comunità.

CuoreMenteComunità. Ovvero: noi che camminiamo verso noi, in alto!