Elegia in prosa per la Scuola dell’Attore Emo Marconi

– E così, Jone, eri proprio nel campo acheo e spingevi il cavallo votivo verso le mura dell’invitta Ilio? Eri nel ventre, dici? Non ne dubitavo! Perfino l’alito, mentre declami, ha il profumo tannico del fasciame della statua equina… Sorridi, eh? Non è forse vero che hai preso parte all’assalto finale protetto di lorica bronzea appartenuta a Patroclo? E le parole che pronunci, da Agamennone, ritto sul carro dello stratega, più maestoso e regale dello stesso sovrano …
Di fronte alle domande ironiche di Socrate, Jone il rapsodo, riconosce prontamente di essere ignorante, in ogni senso sostanziale, delle eccelse questioni di Stato e di strategia militare che egli descrive in modo così attraente “impersonando” le “maschere “ del poema omerico. Ma, deve ammettere che non è la sua consapevolezza a produrre quella retorica e quel pathos magistrali, bensì l’afflatus ispirato dal Dio. È la voce mantica delle Muse, del daimonion, a parlare attraverso di lui. Socrate lo sa bene e vuole dimostrare attraverso lo stupore e l’inconsapevolezza del povero malcapitato Jone, cantore dell’Iliade, proprio questo: che l’aedo epico è uno strumento che viene suonato da forze sovrannaturali.

Lo Jone è considerato da Gorge Steiner e dagli studiosi di filologia classica, un dialogo di gioventù di Platone , quindi, diremmo noi, poco più di un esercizio di stile, ma si articola su un paradosso che tormenterà il grande Ateniese in tutta la sua opera e che potrebbe essere così espresso: come può l’attività estetica rappresentare, richiamare in vita in modo convincente ciò di cui non ha una conoscenza diretta ed esistenziale?

Lo Jone dunque, è tra le prime e più esemplari formulazioni di una poetica teatrale dell’immediatezza ispirata, di una teoria teatrale cioè, fondata sulla nozione dell’attore come medium.
Ma lasciamo ad altri il compito di argomentare, noi abbiamo ri-convocato sulla Scena Sintetica Socrate e Jone, per salutare l’inaugurazione dei corsi della Scuola dell’Attore. E per salutare il nostro indimenticato maestro Emo Marconi al quale, significativamente, la Scuola è intitolata.

Qualcuno potrebbe chiedersi che relazione ci sia tra un dialogo di Platone ed Emo Marconi che insegnava Storia del Teatro, e un corso di formazione per attori. Andiamo a vedere.
Socrate suggerisce in modo insieme ironico e accondiscendente “E dicono vero, però, che il poeta (l’attore) è cosa leggiera, alata, sacra; e a niente egli è buono, se innanzi non è ispirato da Dio e non è in furore e non è la sua mente pellegrina da lui” (Platone, Jone).
Queste stesse parole avrebbe pronunciato Emo Marconi, il nostro Socrate teatrale, parlando di formazione dell’attore; oppure ne avrebbe usate delle altre, tratte magari dall’idioma romantico o novecentesco; avrebbe parlato di illuminazione visionaria, di sogni formatori e di subconscio… Ma si sarebbe affrettato ad aggiungere che le dinamiche sono sempre le stesse: il poeta, il drammaturgo, il pittore, l’attore, non sono i creatori primari. Sono le arpe eolie (Coleridge) che vibrano in risposta a impulsi psichici, il cui principio, e il cui oggetto non immediatamente percepito, stanno fuori dell’ordine della consapevolezza.

Il vecchio maestro avrebbe però allertato gli allievi: – Attenzione alla tecnica, essa va studiata con devozione ma, ricordate, essa incanala, non inizia! E una scuola, anche di tecniche, è necessaria per mantenere sensibile (cioé estetico, letteralmente) lo strumento, il canale -. Dunque la relazione è evidente. Ma Emo Marconi sarebbe andato oltre svelando le infinite e talora oscure trame che si annodano e si sciolgono nello spazio del Teatro.

Avrebbe ricordato che la Scuola è importante soprattutto perché è un luogo di “risvegli”, dove si scopre e si accetta l’appartenenza ad una comunità, un coro, un gruppo: donne e uomini liberi che s’interrogano sul proprio destino.

E proprio del gruppo avrebbe poi parlato e, senza trascurare le fondazioni formali e l’etica dei sistemi, di esso avrebbe esaltato la natura mistica, la funzione ascetica e avrebbe richiamato le leggi che ne regolano la teoria e la prassi; le leggi esterne (lo scopo, l’azione liturgica, il ritmo) e quelle cosiddette interne (impersonalità, presenza al reale, polarizzazione della mente).

Avrebbe detto del corpo e della sua gloria, del coro e della sua virtù… Avrebbe consigliato, sollecitato e vegliato…Avrebbe…
Per questo s’intitola una Scuola dell’Attore a Emo Marconi, perché tutto questo continua ancora oggi a risuonare nel nostro cuore, a vibrare nelle nostre menti: Ricamerò pian piano gli orli della luce…

Antonio Fuso