Project Description

Eseguita dal vivo
dagli attori “acmeisti”
Armando Leopaldo
Tatyana Kachurina
Paola Facchetti
Lorenzo Biggi
Paolo De Lucia
Federica Lancini
Elena Chiarini

Accompagnati
dalla minuscola orchestra
“GUL SLOVO I KUL’TURA”
Carlo Citterio     piano
Claudio Gioiosi     fisarmonica
Stefano Lonati     violino

Incorniciati dalla scena disegnata da
Marco Amedani e Denise Bagno

Illuminati da
Daniele Ghirardi

Guidati da
Antonio Fuso

Foto dello spettacolo

Recensioni allo spettacolo

Trailer dello spettacolo

Riprese e montaggio: G-studio Entertainment

Ci troviamo a Varonez, un popoloso capoluogo di provincia della Russia Centrale.
L’azione si svolge negli anni 60, all’interno della redazione di una radio locale: “GUL SLOVO I KULTURA”.

Osip Mandel’stam, insieme alla moglie Nadezda, parla attraverso le sue poesie (recitante anche in russo, grazie all’attrice madrelingua).

D’improvviso irrompono degli aguzzini. Iniziano le accuse e poi la fuga, la paura e la cattura, che vedrà il poeta scomparire nei Gulag staliniani.
Solo la moglie sopravviverà e racconterà la sua storia.

Lo spettacolo è a ingresso gratuito. Si raccomanda però la prenotazione, utilizzando il modulo qui a lato.

Qui si presenta lo spettacolo su OSIP MANDEL’ŠTAM.

Gerundivo: forma mediale del futuro passivo titolo forse di non facile comprensione, tuttavia fedele allo spirito e alla lettera di un testo dialogico scritto da un grande poeta, di lingua tedesca, Paul Celan (1920-1970) che ha come sottotitolo un più rassicurante La poesia di Osip Mandel’štam.

In quel testo, (scritto probabilmente per un ente radiofonico tedesco, mai diffuso e rimasto inedito fino al 1988), Paul Celan riprende una delle annotazioni poetiche disseminate da Mandel’štam nell’opera in prosa Viaggio in Armenia, laddove il poeta rispondendo ad una sua stessa domanda “In che tempo vuoi vivere?”, risponde: “Voglio vivere nel participio imperativo del futuro, forma passiva, nel dovente essere”. Così riesco a respirare. Così mi piace. Ci trovo un onore equestre, da cavaliere. È per questo che mi piace il glorioso “gerundivo” latino – questo verbo a cavallo. Sì, il genio latino creò la flessione verbale imperativa come archetipo di tutta la nostra cultura, che non solo “deve essere”, ma “deve essere lodata”, laudatura est, quella che mi piace… “ In queste parole, Celan vi legge tutta la malinconia di un uomo che mentre progetta il futuro, sa che di quel futuro egli non sarà “agente”, ma “paziente”… assente!
Il testo di Celan è lo spunto da cui è partito Antonio Fuso per scrivere questa operina radiofonica. Una radioscena, dunque, una forma di teatro senza ostentazioni spettacolari, la modalità più appropriata per far risuonare la parola poetica di Osip Mandel’štam che qui verrà detta in russo e in italiano. Un intreccio, un abbraccio tra due lingue che sarebbe piaciuto a Mandel’štam il quale, com’è noto, imparò la lingua italiana del 1300 (prosodia e metrica comprese) per poter leggere le opere di Dante Alighieri e Francesco Petrarca nella lingua in cui furono scritte. E, siccome, “le poesie sono progetti esistenziali: (e) il poeta vi modella la sua vita” (Celan), questa radioscena s’ingegna di mostrare il coerente incontro tra la parola poetica e la biografia del suo autore. Biografia essenziale in scena, che in queste pagine si arricchisce, grazie al contributo di testimoni e studiosi.

Nel 1988 dalle carte inedite di Paul Celan (1920-1970), emerse un dialogo intitolato La poesia di Osip Mandel’štam, destinato presumibilmente a un ente radiofonico.

Il primo dei due anonimi dialoganti dice: “Queste poesie sono le poesie di uno che percepisce e osserva, uno che volge la sua attenzione a quanto appare, lo interroga e gli parla: esse sono dialogo. Entro lo spazio di questo dialogo si costituisce il soggetto cui è rivolto il discorso, esso si rende presente, si raggruma attorno all’io che gli rivolge la parola e lo nomina. Ma, in questa presenza, ciò che attraverso la nominazione e l’interlocuzione è diventato praticamente un tu introduce la propria alterità ed estraneità: Ancora nell’hic et nunc del poema, ancora in questa immediatezza e contiguità, esso fa sentire la sua distanza, mantiene quanto è più suo: il tempo che gli è proprio.”
La seconda voce del testo radiofonico riprende subito quanto aveva affermato la prima, marcandone il sottinteso drammatico e di confronto aperto: “È questa tensione fra i tempi, il proprio e l’altrui, ciò che conferisce alla poesia di Mandel’štam quel vibrato sordo e doloroso dal quale la riconosciamo […] Le cose s’accostano l’una all’altra, ma ancora in codesto stare insieme risuona l’interrogativo circa il luogo donde vengono e dove vanno – un interrogativo “sempre aperto”, “mai giunto al termine”, orientato verso quanto è aperto e acquisibile, vuoto e vacante”.

Scrive Giuseppe Bevilacqua nel mirabile saggio introduttivo all’opera di Paul Celan, nei Meridiani: “Dunque nella lettura che Celan fa di Mandel’štam, ciò che per lui è die Zeit e per il poeta russo è vremja, significa anzitutto èra, come omogeneo tratto di tempo in cui a ognuno di noi accade di vivere, con la sua specificità storicamente determinata. Il carattere dialogico della poesia che ne deriva si pone quale antagonista rispetto agli esiti formalistici ed ego-referenziali di una larga parte della poesia moderna.” (pag. LXVII).

Aggiungiamo che nessun altro poeta ebbe su Celan un impatto più forte e determinante. In La verità della poesia, la cosa viene spiegata così dal Bevilacqua: “Mandel’tam è stato con Celan, uno dei rarissimi poeti del Novecento che ci riporti alle origini della poesia moderna, quando non si era prodotta la scissione che creerà l’alternativa tra disimpegno formalistico e impegno contingente, quando il massimo di individualismo (“l’angolo d’incidenza della propria esistenza”) coincideva con il massimo di presenza nel tempo storico e di rappresentatività: la condizione di cui, per tutti, potrebbe essere emblema Baudelaire e che è connessa con un destino di testimonianza tragica, dal momento che “L’Interlocutore” (titolo di un saggio di M.) è fuori campo, è nella Ferne, vive nella lontananza…”
E, forse, non serve altro per decidere di mettere in scena corpo e voce di Osip Mandel’štam, poeta (1891-1938).

[…]
Non dipingo, io, non canto, non maneggio
L’archetto dalla buia voce:
mi ficco solo succhiando, nella vita, e mi piace
invidiare le forti, astute vespe.
[…]
” Se mi prendessero i nostri nemici
e gli uomini smettessero di rivolgermi la parola;
se mi privassero di ogni cosa al mondo, del diritto di respirare e di aprire le porte
e di ripetere che ci sarà la vita
e che è il popolo giudice che giudica;
se osassero tenermi come un animale
e per terra mi gettassero il cibo
non resterò in silenzio, non trangugerò il dolore,
ma traccerò dei segni a mio piacere
e suonando a stormo il corpo nudo
e destando l’angolo della tenebra ostile
aggiogherò dieci buoi alla mia voce
e spingerò la mano nel buio come un aratro
e stretto in un mare di occhi fraterni
cadrò con la pesantezza di un intero raccolto
[…]
(1937)

Se chiudi gli occhi del cuore su San Desiderio, quando li riapri, potrebbe non esserci più nulla.

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Rappresentazioni fatte
  • 1
    marzo 2014
    San Desiderio, Brescia
  • 1, 7, 8, 14, 15, 21, 22, 28
    febbraio 2014
    San Desiderio, Brescia
  • 13, 14, 15
    giugno 2013
    San Desiderio, Brescia
  • 2 marzo 2015
    San Desiderio, Brescia
  • 8 – 9 – 10 maggio
    San Desiderio, Brescia
  • 15, 16, 17, 22 gennaio 2016 – San Desiderio