Descrizione Progetto

Foto dello spettacolo

Dal 10 dicembre all’8 gennaio, nella galleria San Zenone, sono state esposte le ultime opere di Giovanni Marconi valente scultore ma soprattutto nostro scenografo dal 1982.

Il titolo della mostra è: LIMEN TENEBRIS (dove l’ombra s’arresta).

Scena Sintetica era presente il 10 dicembre e il 7 gennaio, con gli attori Maura Benvenuti, Elena Chiarini, Paola Facchetti, Domenica Lorini, Lorenzo Biggi, Armando Leopaldo, Paolo Djago, con la performance PATMOS 18e21 APOCALYPSE DOUCE per Giovanni, della durata di 14 minuti e 30 secondi.

Nella preziosissima postfazione all’opera “Umiliati e offesi” di Dostoevskij (1876), Vladimir Solov’ev, acuto esegeta, fa coincidere la svolta artistica del grande scrittore russo, con il suo ritorno dalla Siberia, dopo aver scontato la pena per la partecipazione ai moti rivoluzionari del 1866. Egli analizzando l’opera, risale a quella esperienza determinante e racconta come lo scrittore, nell’orrore della “casa morta”, maturasse tre profondissime verità in ordine: alla rivoluzione (nessun singolo individuo ha diritto di fare violenza alla società in nome di una presunta personale superiorità), alla verità sociale ( non può essere escogitata da singoli illuminati cervelli), alla maiuscola Verità ( essa serba sempre un significato religioso: “Più fede, più unità, e se vi si aggiunge l’amore, è fatto tutto”). Leggendo l’analisi di Solov’ev, scritta nel 1981, del tutto spontaneamente l’ho applicata a Giovanni Marconi . E non solo per la circostanza che fa del 1981 la data del nostro primo incontro, ma proprio perché in quelle parole vi ho scorto più di una semplice parentela tra il mondo poetico e spirituale del grande Russo e quello di Giovanni Marconi scultore.
Nessuna forzatura, dunque, ma anzi: comune esperienza di segregazione, passione politica da temerari, tensione morale, fedeltà a se stessi ( c’è altro modo d’essere fedeli?).
Del resto, anche Emo Marconi (papà di Giovanni) faceva presagire che i ” quaranta dì, quaranta nott / a San Vittur a ciapà i bott” avrebbero segnato una svolta nell’evoluzione umana e artistica del figlio quando affidava al telegramma:- “Dolore sofferto coscientemente, crea idealità immortali stop- tuo padre-stop”.

Giovanni però, a differenza di Dostoevskij, tornò dal “gabbio” senza alcuna voglia di verità da rivelare, senza alcuna elaborazione rivoluzionaria da propalare ma con un preciso, urgente compito: restituire intatto al suo gesto d’arte la facoltà di redimere gli addii sostitutivi (leggivi il ritorno all’autenticità ) e poi, missione ancora più ardua, ” uccidere i padri”.
Questo dare attuazione al programma e risalire velocemente la china dopo il soggiorno nella ” casa morta”, esce fuori di metafora e diviene puro atto performativo quando, in una buia notte di tardo autunno, in una sperduta valle piemontese, umiliato e offeso, sradica e asporta una pietra miliare in granito verde (peso 73 Kg) trascinandola su per la montagna verso l’antro nel quale ha trovato rifugio. Come avrebbe fatto il primitivo con i resti di un osso spolpato sottratto alle iene o, più verosimilmente, come avrebbe fatto un botolo trascinando al riparo la sua zampa ferita, azzannata in una rissa. Quella pietra verde diventerà Il grande morso, appunto.

Da allora, la ferita è ancora aperta e il paziente respinge con risolutezza ogni an-estetico che possa attenuarne l’acuta sensibilità. E infatti, ogni opera di Giovanni Marconi, olfattivamente rimanda al sapore di polvere sudore e sangue ( o al marchio del sacrificio, se preferite ) e ogni parola scritta o detta ( non lasciatevi illudere dall’apparente aspetto pacificato) mette nel conto un contrasto, una contesa, una rissa.
Risale a quel tempo la sua partecipazione al banchetto dei collezionisti, plutocrati di lieve e profumata avvenenza, ma anche premurosi scouts di semi d’arte. Con nelle mani ancora traccia di acrilici primari (” via, via! non andrà dunque mai più via, questa macchia?”) fissando nell’aria forme invisibili, e cercando negli occhi degli astanti i segni di una qualche affezione, così argomentò ( o almeno: così credo di ricordare che argomentasse):- Signori, siamo nella m… e non basterà certo un mazzo di girasoli del povero Vincent, per coprire il tanfo di latrina militare che toglie il respiro-.
Fu breve e assertivo come un bambino a cui si chieda chi siamo, donde veniamo, dove andiamo…
Disse che gli artisti e i poeti debbono tornare ad essere sacerdoti e profeti; ribadì che per risanare e rinnovare questa vita, per esercitare un’azione possente che la sommuova e la ricrei ( la vita ), occorre attirare sulla terra forze non terrene; che l’arte del futuro deve astrarre l’uomo dalle tenebre e dalla trivialità, sollevarlo verso vette incontaminate e trasfigurarlo con le sue immagini luminose…
Pronunciò un mantra sospeso tra saggezza e follia, insomma. Un’appassionata litania incomprensibile ai più, i quali, però, realizzarono che il lupo perde il pelo ma non il vizio e, per precauzione, chiusero i varchi di comunicazione con l’ingrato.

Lo stesso mantra, nello stesso tempo, a 200 chilometri di distanza veniva recitato da giovani attori e tecnici in un minuscolo teatro bresciano: San Carlino. E chissà da quanti altri ardimentosi e in quali e quanti luoghi del mondo…
“Sparsi in sparse capitali,
solitari e molti,
giocavamo ad essere il primo Adamo
che diede il nome alle cose.
Per i vasti declivi della notte
che confinano con l’aurora,
cercammo (lo ricordo ancora) le parole
della luna, della morte, del mattino
e delle altre consuetudini dell’uomo.
Fummo l’immaginismo, il cubismo
Le conventicole e le sette
che le credule università venerano
Inventammo (…/ … /…)
Cenere la fatica delle nostre mani
E un fuoco ardente la nostra fede”.

La seconda lirica a Joyce di J.L. Borges, mi aiuta a definire meglio il percorso artistico di Giovanni, parallelo al nostro di teatranti; all’insaputa l’uno degli altri. Mi sollecita anche a raccontare l’incontro tra il teatro di Scena Sintetica e l’arte di Giovanni Marconi. Incontro che ancora oggi vive, carico di affetto e di creatività. Il risultato di questo incontro è la recita di un lungo mantra saggio e folle, pronunciato all’unisono, che comincia con Poema fisico e lustrale (1983) impegnativa opera sulla vita, il pensiero e la morte misteriosa di Empedocle, basato su un poemetto di Emo e arriva fino ad Alessandro a Siwa (2010 /11), ultima messa in scena del gruppo. Ha occupato di fatto gli ultimi trent’anni della nostra vita, venti dei quali vissuti in San Desiderio, luogo di squisita alchimia teatrale. In questo luogo speciale, il cerimoniale per la creazione di forme, suoni, gesti e parole per la “scena nuova”, è rimasto immutato: si parte con una muta invocazione, funzionale ad una polarizzazione mentale e ad un allineamento delle buone intenzioni; ci si lascia poi incantare da un tema, verso il quale lasciamo confluire tutto ciò che viene coralmente evocato. Ci si stupisce contemplando l’accumulo di materiali prodotto dalle menti e dai cuori febbrili; materiale iconico, sonoro, emotivo…di forti potenzialità espressive ma ancora caotico e disorganizzato. E qui parte “il rito ben ordinato” dove Giovanni riveste di luce lo spazio e le forme, Giorgio immerge tutto nel suono, e Maura, Domenica, Paola, Elena, Armando, i beati Paoli, Lorenzo, ieri anche Guido, soffiano nelle figure, nei “personaggi” l’anima, ospitandoli nel proprio corpo, perché possano vivere sulla scena.

Niente di diverso da quanto già facevano i sacerdoti egizi con le “statoe” di creta; almeno stando al racconto meravigliato che ne fa, intorno al 1530, Giulio Camillo Delminio, presentando il suo Teatro di Memoria al re di Francia, sperando di venderglielo.
C’è una lucida e delicata scrittura che Roland Barthes compose nel 1980 come omaggio a Michelangelo Antonioni e che la prematura morte gli impedì di pronunciare ( e che noi conosciamo grazie all’instancabile opera di raccolta e traduzione del professor Carlo Ossola). Una scrittura che ben si addice a Giovanni ( e, di riflesso, un po’ anche a noi ) .”… Definisco saggezza dell’artista, non una virtù antica, ancor meno un discorso di medietà, ma al contrario quel sapere morale, quella acutezza di discernimento che gli permette di non mai confondere il senso e la verità (…). Questo sapere è una saggezza, una saggezza di follia si potrebbe dire, poiché esso ritrae dalla comunità, dal gregge dei fanatici e degli arroganti”.
Ecco, questa è l’apocalisse di Giovanni: un sapere morale, un’acutezza nel “sentire” unita alla libertà di dissentire; una saggezza di follia, un’apocalypse douce, un lento disvelamento di fedeltà a se stesso.
( C’è altro modo d’essere fedeli? ).

ANTONIO FUSO

Rappresentazioni

  • 10 dicembre 2012
    Galleria San Zenone
  • 7 gennaio 2013
    Galleria San Zenone